Medicina partecipativa – Io sono il paziente e dovete ascoltarmi

Articolo Originale di Tiziano Galli

Da qualche giorno il filmato (ma oramai sono già 3) di Morgan Gleson, una ragazza di 15 anni ospedalizzata, sta girando in rete e cominciando a creare discussione.

Nel filmato Morgan si lamenta sostanzialmente di “trovarsi male” in ospedale per 2 motivi, quello di venire svegliata e disturbata la mattina presto dal “giro” dei medici e infermieri etc etc e dal venire esclusa dal “giro” delle comunicazioni che la riguardano relativamente al suo stato di salute.

La mamma Amy Glason spiega molto bene tutta la storia che è quella di una ragazzina che oltre all’attitudine a non svegliarsi presto ed essere attiva al mattino è ricoverata per meningite in un ospedale universitario e quindi viene interpellata ripetutamente da medici, resident  e per attività varie senza molti riguardi.

Forbes.com ha rilanciato il filmato e il tema con un post e un commento che fa emergere il tema della “Medicina Partecipativa” (Termine liberamente tratto dal sito della “Society for Partecipatory Medicine“).

Sarà che in questo periodo sto soffrendo per una storia personale legata ad un parente 16enne molto penosa dal punto di vista fisico e psicologico per lui (e molto coinvolgente per me), sarà per cronache famigliari personali irlandesi e canadesi non edificanti sotto il profilo della comunicazione medico paziente, fatto sta che questo filmato ha messo in moto anche in famiglia (io medico digitale e mia moglie medico reale) il gioco dei “casi vissuti” e raccontati e l’analisi delle ragioni di Morgan.

Nella discussione è entrato subito il punto di vista del medico, tipo “noi stiamo lavorando, cominciamo la mattina presto, e se dovessimo rispettare i tempi dei pazienti con 40 visite da fare etc etc ”

Il discorso è annoso e forse stantio.

Tuttavia, pur con le dovute differenze fra mentalità e sistemi anglosassone e latino, talvolta le ospedalizzazioni sono delle piccole torture quotidiane, fatte di intimi sgarbi, di pasti orribili e disattenzioni e anche di situazioni in cui i margini di sopportazione sono molto ridotti.

La frase di Morgan

I am the patient and I need to be Heard (trad: Io sono il paziente e ho bisogno (devo) essere ascoltata)

è un “manifesto” efficacissimo e cio’ che ha fatto la mamma con il blog e il filmato su Youtube è invece la prova che la medicina sta davvero cambiando e non puo’ evitare di considerare e contestualizzare i percorsi di gestione del paziente .

La Society for Partecipatory Medicine possiede un blog collegato e-patient, che ha un claim che in inglese è splendido: 

Because Health Professionals can’t Do it Alone (Trad letterale: Perchè i sanitari non possono farlo da soli)

Un po’ ironico se lo intendiamo come “Non ce la fanno da soli e bisogna aiutarli poverini” ma anche profondamente maturo per un paziente che vuole affermare il suo ruolo.

Se anche per il medico personale di Morgan la mamma ha parole di diverso tenore e dimostra ben altra sensibilità l’esperienza in ospedale è stata del tutto diversa.

Il tema è ampio e non puo’ esaurirsi con queste mie poche righe ma da ex-paziente (e chissà futuro paziente) colgo il punto.

Morgan Gleson ha un sito morgangleson.com e un account twitter e direi che la medicina 2.0 pone molti quesiti inediti e interessanti.

Cosa ne pensate?

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Informazioni su Tiziano Galli

Dal 2002 mi occupo di formazione residenziale ed eLearning e ho conseguito un Master in Scienze dell'Educazione a Lugano e precedentemente una Laurea in Medicina e Chirurgia. Ho scritto il libro " Medici, Pazienti e Social Media". Sposato e Penta-Papà sono dirigente sportivo in LNA Svizzera per Rugby Lugano e ARSI (Associazione Rugby Svizzera Italiana)
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2 risposte a Medicina partecipativa – Io sono il paziente e dovete ascoltarmi

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